domenica 1 giugno 2014

Una frattura profonda


Scrive Alla Vajsband, filosofo, musicologo e critico d’arte:
«Oggi si usa dividere l’Ucraina fra attivisti giallo-azzurri e attivisti col nastro di San Giorgio, fra patrioti e traditori, fra separatisti e paladini dell’unità territoriale.
Ma esiste una frattura psicologica ben più profonda che divide la nostra società in due campi. Quelli che tripudiano davanti ai cadaveri dei nemici, perché sono nemici. E quelli che non ce la fanno a tripudiare perché sono cadaveri».

giovedì 15 maggio 2014

Sigov: "Siamo il polmone ferito, respirate con noi"

Secondo Konstantin Sigov, filosofo ucraino, «l’uomo è legato a ciò che crea la realtà, cioè è connesso con il Creatore, e questo lo rende libero dal potere. Questa idea di libertà dà la possibilità di vincere l’isolamento, di sentirsi pronti a dialogare con l’altro, che è ciò che ha dato origine all’Europa, secondo il desiderio dei suoi padri fondatori. La comprensione dell’altro, del diverso, è il tema chiave. In questo momento di profonda crisi politica, la gente ha recepito e vissuto davvero quello di cui ha parlato il primo presidente della Repubblica Ceca, Václav Havel, ne Il potere dei senza potere: l’uomo supera la menzogna dell’ideologia nella vita personale e sociale solo quando scopre l’altro, quando scopre la fiducia e la compassione»
«Il Maidan è stato il luogo dove si sono incontrati i membri parte dell’unione ucraina delle confessioni, e dall’altra parte chi non era pronto a partecipare a nessuna confessione. Si sono trovati insieme, sono stati solidali uno con l’altro e sono riusciti a collaborare con grandissimo rispetto reciproco».  

martedì 13 maggio 2014

Svetlana Panič: perdonateci

Svetlana Panič, storica della letteratura e traduttrice, ha scritto queste parole sul suo profilo facebook il 9 maggio, grande festa della vittoria sulla Germania.  

Da qualche parte ruggiscono grandezza e potenza, ma appena fuori dal centro la giornata, più che essere tranquilla, tace. Mentre vado a prendere il treno mi ferma una donna anziana. Molto anziana, direi di prima della guerra. Esita, poi mi dice a bassa voce: “Scusi, non mi potrebbe fare la carità, anche poco”. Arraffo delle monete. Come mi sono maledetta, poi, di non averle dato tutto quel che avevo, di non essermi offerta di accompagnarla in un negozio per comprare quel che voleva! Ho avuto appena la prontezza di rispondere al suo “Grazie” con un “Mi perdoni”. Poi ho pensato che questa è una parola molto importante oggi: perché non abbiamo trovato il tempo di farvi domande e di ascoltare, di ricordarci di voi non solo nelle feste ma quando eravate vivi. Perché sentendoci forti, sicuri di noi, intelligenti, non siamo stati capaci di salvarvi dalla miseria, dalle bugie e dalle umiliazioni. Perché trasformiamo le vostre sofferenze in un’arma contro chi la pensa diversamente. Perché, mentre combattevamo contro chi parassita la vostra memoria, e discutevamo se siano accettabili le canzoni che amate, quasi non ci siamo accorti di voi vivi. E di molto altro ancora: perdonateci. 

Solo in Cristo c'è unità

Nel 1948, don Divo Barsotti scrisse: 

In Cristo, Oriente e Occidente non sono due mondi divisi; rappresentano piuttosto due civiltà, due mentalità distinte, destinate a completarsi nella Chiesa Una. Ma se noi togliamo Cristo a questi due mondi non ci potrà essere alcuna possibilità di unione e d'intesa: Oriente e Occidente rappresentano allora due mondi divisi e destinati a scontrarsi in un urto che elida o l'uno o l'altro e sia, forse, la fine dell'uno e dell'altro. Sembra di far della retorica eppure rimane vero che Cristo soltanto può operare l'unità degli uomini e delle nazioni. Senza di Lui non c'è nulla fra gli uomini che valga a operare la loro unità: nessuna idea, nessun uomo. 

mercoledì 16 aprile 2014

Mosca e il dolore, chi sono io?


Un fatto, un gesto può lasciare scettici o interpellare. "Chi sono io, davanti al mio Signore?", si è chiesto e ci ha chiesto domenica Papa Francesco. Se c'è questa domanda, se il dolore e la responsabilità per quanto sta avvenendo nel mondo, a partire dal dramma a noi più vicino - in Ucraina e in Russia - ci ferisce e ci interpella, ogni parola può diventare testimonianza, inizio di unità. 
A volte dialogare diventa estremamente difficile, complice il martellamento psicologico dei mass media: verità che parrebbero elementari vengono lette ideologicamente, alla verità dei fatti si frappongono montagne di pregiudizi, complessi, reazioni istintive che impediscono di arrivare all'altro e farsi ascoltare. E' solo la commozione per un'esperienza di bellezza, di libertà visibile, tangibile, che ci riporta all'essenziale e ci rimette in gioco. 

mercoledì 9 aprile 2014

Ucraina, una luce per l'Europa

Cosa è successo al Majdan? – si chiede e ci chiede monsignor Braschi. Il Majdan rappresenta una sfida, “per la nostra e la vostra libertà”, come si leggeva in uno slogan di piazza Majdan. Quello che il Majdan ci insegna è il risveglio della propria coscienza, della propria dignità. Ed è una provocazione per noi. Perché l’appello agli ideali europei arriva a cadere in un’Europa che si è dimenticata dei suoi valori. 
Non si può proporre un’immagine di Ucraina russofoba o russofila, il problema è chiedersi seriamente: non è che, forse, gli ucraini abbiano il diritto di costruirsi la loro identità nazionale? Si tratta di una identità molto giovane, di appena vent’anni. Ma sul Maidan, una generazione di ucraini che non hanno vissuto in una regione appartenente all’Urss, ma in un Paese indipendente, ha dimostrato che una coscienza nazionale esiste già. E questa ha diritto di esprimersi. Riconoscere la bontà di certe politiche, a tutela dei valori cristiani, non deve impedire di riconoscere che altre azioni contrastano radicalmente una visione cristiana della storia e della dignità della persona. È facile cadere nella tentazione di cedere interamente la salvaguardia della Fede a un imperatore, a un potere politico. È una tentazione molto forte e molto antica. 

martedì 1 aprile 2014

Piazza Majdan c’è ancora

Il diario di uno studente di letteratura russa che è andato a vedere cosa succede nelle strade di Kiev, dopo i giorni caldi della rivolta popolare.

Sergej ritiene che la vera componente filorussa in Ucraina si trovi solo in Crimea, le altre manifestazioni filorusse che tanto sono state sbandierate da Putin, dice, “sono false, sono russi portati direttamente da lì”. Putin è terrorizzato dal Maidan non come evento singolo, ma per il ruolo di grancassa che può giocare anche in Russia: i russi potrebbero convincersi che ci si può ribellare ad un potere malato che stritola la popolazione. Ammette, infine, che l’Ucraina è responsabile di quanto avvenuto, come Stato e come insieme di cittadini, “che per vent’anni si sono disinteressati del paese, non si sono preoccupati di creare un esercito forte, né di preparare elezioni oneste e un Parlamento capace.”
Leggi il testo integrale di A. Pagliaroli su LaStampa.it

 



giovedì 27 marzo 2014

Ancora l’ortolano di Havel, ora a Mosca

L’Università d’élite MGIMO di Mosca, legata al Ministero degli Esteri, ha fatto parlare di sé per aver licenziato nei giorni scorsi un suo docente, lo storico Andrej Zubov che si è permesso di esprimere giudizi antigovernativi. Come risulta da questa pagina di Facebook, una sua collega ha ritenuto di non poter accettare questa ritorsione.

Dal profilo Facebook di E. Kolesnikova
Non lavoro più al MGIMO. Questa è la buona notizia.
Ed ecco la cattiva. Ho dovuto vedere oggi con i miei occhi quello che la gente della mia generazione conosce solo attraverso le memorie e/o i ricordi dei genitori e delle persone della loro generazione.
Sono arrivata molto prima dell’inizio della lezione per fare in tempo a consegnare la domanda di dimissioni. Il direttore l’ha firmata in silenzio. Dalla sua reazione ho capito che se l’aspettava. Avevo ancora un’ora e sono uscita. Quando sono tornata e sono passata in istituto per appendere il cappotto, al tavolo sedevano il direttore, la tecnica di laboratorio e due colleghe. Li ho salutati. Veramente ho salutato solo le due colleghe, perché il direttore e la tecnica li avevo già visti. Quelle non mi hanno risposto. Senza nessuna ostentazione, è vero. Se ne sono solo restate lì sedute così, come se non mi avessero né vista né sentita.

Una di queste lasciamola pure da parte: un anno fa l’ho beccata a plagiare, e ha quindi un buon motivo per non amarmi alla follia (anche se fino a ieri mi salutava). Ma la seconda era sempre stata cordiale; non tanto tempo fa aveva espresso il desiderio di avere il mio libro, glielo avevo portato, e mi aveva chiesto una dedica. Non mi piacciono queste cose e non sono capace di farle, ma le ho firmato il libro. Aveva detto: “Lo mostrerò ai miei nipoti”. Quello dei nipoti era uno scherzo, certo, lo capisco. Ma aveva voluto il mio libro. E mi aveva chiesto di firmarlo. Oggi taceva. E allora mi sono ricordata di qualcosa che conoscevo per averne letto: chi oltrepassa la linea diventa uno spirito incorporeo, un fantasma che nessuno vede. Non pensavo che io sarei diventata lo spettro.

Pensavo che avrei fatto fatica a fare quest’ultima lezione. Ma ce l’ho fatta. Penso che sia stata la mia migliore lezione di tutto il semestre. Alla fine ho salutato gli studenti e ho spiegato loro perché me ne andavo. Avrei potuto parlare con più calore a questi ragazzi, ma le parole mi si sono strozzate in gola. In pratica ho detto solo: me ne vado, è stato bello stare con voi. La classe dove faccio lezione è al quarto piano. Ero già scesa fino al terzo che stavano ancora applaudendo. Applaudivano ancora… non più a me, ma alla classe vuota.
E per la prima volta in tutto questo ultimo periodo, dopo l’occupazione dell’Ucraina, la festa per l’annessione, le questioni sul lavoro, il licenziamento di Zubov, la vergogna e lo scoramento, la nascita di un mondo nuovo e spaventoso nel quale non ci si può aspettare aiuto da nessuno, per la prima volta sono scoppiata a piangere. 

Ela Kolesnikova

martedì 25 marzo 2014

È immorale giudicare il governo?

Licenziare in tronco era roba da Unione Sovietica, oggi si usa un sistema più soft: si licenzia, si annulla, si licenzia di nuovo (e definitivamente).
Questa è stata la tortuosa trafila seguita dallo storico Andrej Zubov, professore all’università MGIMO di Mosca e studioso di religioni.
Il 1 marzo ha pubblicato un articolo dal titolo “Tutto questo c’è già stato” sul quotidiano “vedomosti.ru”,  dove analizzava la decisione del governo russo di intervenire in Crimea con l’esercito, tracciando un parallelo con l’Anschluss del 1938. Tre giorni dopo è stato licenziato la prima volta, ma un certo rumore negli ambienti internazionali (e la paura di aver fatto un autogol) ha indotto a sospendere il provvedimento; la moratoria però è durata solo qualche giorno. Il licenziamento definitivo è venuto il 24 marzo, con comunicazione ufficiale sul sito del MGIMO, per “comportamento immorale», non consono alle finalità educative dell’università.
Riportiamo una risposta incisiva rilasciata dal prof. Zubov nell’intervista al quotidiano “newtimes.ru”. 

Il suo licenziamento ricorda le persecuzioni dei tempi del potere sovietico, quando coloro che si permettevano di esprimere un parere mordace sull’operato del potere venivano licenziati...
Sì, si può paragonare all'Unione Sovietica, quando succedeva la stessa cosa, licenziavano senza tanti complimenti. Me lo ricordo perfettamente. Ma adesso la situazione è del tutto diversa: centinaia, migliaia di persone mi telefonano e mi scrivono. Allora invece tutti nascondevano la testa nella sabbia. Allora nessuno osava neanche esprimere una parola di sostegno. Perciò la società è completamente cambiata. Si può dire che io abbia deciso di espormi facendo un esperimento con me stesso, e mi sono convinto che siamo diventati un popolo diverso, e questo è molto bello. Significa che abbiamo delle prospettive enormi, e che non ci possono ricacciare nuovamente nel silenzio sovietico. Questa è la prima cosa. In secondo luogo, a qualsiasi potere normale è indispensabile la critica, anche molto severa, in quanto può correggere il suo percorso, poiché sbagliare è proprio dell'uomo. Appunto ascoltando l'opinione di persone con una posizione diversa, è più facile trovare la via giusta e non commettere errori, talvolta drammatici. Perciò quando il potere comincia a tappare la bocca, e vuole solo essere lodato, siamo chiaramente di fronte a una malattia grave.

Se non io, chi? Vicissitudini di un deputato solitario

Il'ja Ponomarev
Il 20 marzo la Duma di Stato ha ratificato l'annessione della Crimea alla Federazione Russa e una legge sui nuovi soggetti della Federazione.
Risultato della votazione: 445 sì, 0 schede bianche, 1 no, 4 astenuti.
Il'ja Ponomarev, del partito “Spravedlivaja Rossija”, è stato l'unico deputato su 450 ad opporsi.
Il Partito Liberal-Democratico Russo avanzerà la formale richiesta di privare Il'ja Ponomarev del mandato parlamentare perché il suo voto, “è andato contro gli interessi dello Stato, facendo il gioco dei nazisti che vogliono spaccare il paese”. Il partito propone inoltre che “è necessario avvisare i deputati astenutisi dalla votazione, che la loro azione non è pienamente conforme al loro status politico”.
Il'ja Ponomarev nel suo blog spiega i motivi del proprio voto. Da una parte, da buon nazionalista, sostiene che “la Crimea è russa, e legittimamente dovrebbe essere parte della Federazione Russa”, dall’altra reputa la votazione nella Duma come “un grosso errore che può rivelarsi tragico per i popoli fratelli russo e ucraino, per tutta l'unità slava ma anche per l'intero sistema di rapporti mondiali”.
Ribadisce poi che “adesso il compito principale è quello di mantenere la pace e non permettere spargimenti di sangue, né che avvenga la frattura tra il popolo russo e quello ucraino, come sta per accadere a causa di gesti sconsiderati sia da parte russa che da parte ucraina”.
Ponomarev, ricordando il patto stretto da El'cyn con il governo di Kiev nel 1994, in cui la Russia rinunciava ad ogni pretesa territoriale sulla Crimea in cambio della rinuncia ucraina alle armi nucleari, afferma: “Mentre gli ucraini hanno rispettato la loro parte dell'accordo, noi abbiamo platealmente disatteso la nostra. Il nostro grande paese, che sull'arena internazionale si è sempre mostrato come difensore dei diritti e della giustizia, diventa un banale aggressore”.
Secondo il deputato sarebbe stato più ragionevole riconoscere l'indipendenza della Crimea attraverso una scelta giusta, libera e consapevole, senza fretta di ratificarne l'annessione alla Russia.
Ponomarev afferma coraggiosamente il motivo del suo voto: “Io non sono disposto a diventare un ingranaggio della macchina burocratica del governo russo, che scatena una guerra senza riflettere, nel suo asservimento poco lungimirante al potere, e a causa del quale è già stato versato del sangue in Crimea, e sicuramente ne verrà versato ancora”. Inoltre, con altrettanto coraggio riconosce che il sistema politico russo è malato, per cui moltissimi diplomatici, professionisti, funzionari negli organi di potere, pur ritenendo la votazione alla Duma affrettata e ingiusta, hanno avuto paura di esprimere la propria opinione.

giovedì 20 marzo 2014

Anche a Mosca si può ricominciare

Dopo gli eventi degli ultimi giorni, scrive Giovanna Parravicini, anche qui a Mosca siamo di fronte ad una sfida capitale: cedere al ricatto della divisione (in base a schieramenti politici, identità nazionali, convinzioni religiose, ecc.), o se non altro alla tentazione di rifugiarsi nel privato evitando di misurarsi con questioni così scabrose, oppure riproporre coraggiosamente a tutti la speranza che scaturisce dalla Pasqua a cui stiamo andando incontro. 
"Non lasciamoci rubare la speranza": l'appello che Papa Francesco ha lanciato al mondo in più occasioni sta sempre di più diventando un motivo conduttore in questa "altra Europa" che (se si può parlare del lato provvidenziale della storia) sta emergendo come un nuovo continente sconosciuto nelle vicende in Ucraina e in Russia. 

sabato 15 marzo 2014

Onufrij: Ciò che sta accadendo mette alla prova il nostro amore a Dio e al prossimo

In un’intervista esclusiva di Evgenij Murzin per la «Rivista del Patriarcato di Mosca», il metropolita Onufrij, locum tenens della cattedra di Kiev ha spiegato in cosa consiste la missione della Chiesa nella crisi attuale.

Secondo Lei qual è la missione della Chiesa nella difficile situazione che si è creata oggi in Ucraina?
La missione della Chiesa, a prescindere da dove si trovi e su quali terre si estenda la sua responsabilità canonica, è sempre stata la stessa in tutte le epoche. È la salvezza dell’anima umana. Allo stesso tempo esistono anche circostanze terrene e umane che la Chiesa non può ignorare. E qui il nostro compito consiste nell’insegnare il bene e nell’esortare alla pace. Dobbiamo aiutare le persone a capire che bisogna risolvere i problemi in modo pacifico, che non si deve offendere il prossimo, alzare le mani l’uno contro l’altro e tantomeno uccidere.

Tuttavia, benché la missione della Chiesa sia eterna e immutabile, la situazione politica influisce su ciò che accade al suo interno. Come può il cristiano che vive nella Chiesa conservare la pace dell’anima, mentre attorno a lui si scatenano le passioni politiche?
La situazione politica non influisce tanto sulla Chiesa come tale, quanto su una certa parte del popolo di Dio, compreso il clero. In questo senso la situazione politica, ahimè, può indurre in confusione l’anima dell’uomo, facendogli dimenticare lo scopo principale della vita cristiana, e mettere in secondo piano la missione eterna di cui si diceva. Quello che sta accadendo ora mette al vaglio il nostro amore a Dio e al prossimo. Che il Signore ci dia la forza di superare la prova degnamente! Persino in condizioni di instabilità politica non dobbiamo lasciare che il nostro servizio scada a pura politica. Perché quando la Chiesa diventa parte del sistema politico e vi confluisce, la sua vita finisce quando crolla il sistema politico di cui serve gli interessi. E nessun regime politico, essendo opera delle mani dell’uomo, è eterno. Per conservare la pace dell’anima bisogna pregare di più. Se il cristiano conserva il legame con Dio, troverà la giusta via d’uscita da qualsiasi situazione politica. Se invece questo legame si perde e l’uomo si stacca dalla Fonte della ragione e del buonsenso, allora i cambiamenti politici possono sopraffarlo e annientarlo. (…)

Il clero parrocchiale capisce quello che Lei ha appena detto?
Vorrei molto che lo capisse. Infatti oggi la Chiesa è, purtroppo, l’unico anello rimasto che unisce l’Oriente e l’Occidente e che mantiene l’unità nel paese. Ogni sacerdote sa che in Cristo le differenze etniche, sociali e altri tipi di differenze passano in secondo piano. Ogni persona per noi è immagine di Dio e va amata e rispettata. Ma un conto è sapere, un conto è mettere in pratica questo sapere nella vita.

Oggi nella società è molto vivo il tema del nazionalismo. Dove sta, secondo Lei, il confine tra nazionalismo e patriottismo?
A mio parere, il patriottismo - che si esprime nell’amore alla terra natia - si trasforma in nazionalismo non appena una persona comincia a imporre agli altri l’idea della propria esclusività nazionale. Non appena comincio a considerarmi migliore degli altri, a pretendere che gli altri accettino la mia concezione del mondo e si comportino come sembra giusto a me, io da patriota divento nazionalista. (…)

Secondo Lei, come devono svilupparsi i rapporti tra Russia e Ucraina?
Anche se non fossimo un solo popolo e non confessassimo la stessa fede, i nostri paesi dovrebbero trattarsi con stima e risolvere tutti i problemi nel reciproco rispetto. Dopotutto siamo vicini di casa, e i vicini devono andare d’accordo. Questa è la legge della vita. Ma siccome non siamo soltanto vicini, ma siamo di fatto un popolo con lo stesso sangue e la stessa fede, i rapporti tra i nostri paesi devono essere fraterni, benevoli e pacifici. Il mio più grande desiderio come metropolita che deve obbedienza alla Chiesa ortodossa ucraina è che la Russia faccia tutto il possibile per mantenere l’integrità territoriale dell’Ucraina. In caso contrario sul corpo della nostra unità comparirà una ferita sanguinante molto difficile da guarire, che inciderà in modo doloroso sulla nostra comunione e sui rapporti tra le persone.
 

 

La Marcia della pace a Mosca

venerdì 14 marzo 2014

Persino la Bielorussia ha dei dubbi

Dmitry Tymchuk, direttore del Centro di Ricerca politico-militare in Ucraina, ha pubblicato queste righe sulla sua pagina Facebook

La Bielorussia cambia la propria posizione nella guerra mediatica tra Russia e Ucraina.
Le nostri fonti in Bielorussia, che monitorano lo spazio mediatico di questo paese, notano delle metamorfosi interessanti. Riportiamo il frammento di un testo inviato al gruppo “Resistenza Informativa”:

«Negli ultimi giorni la situazione dei mass medie bielorussi è molto interessante. Naturalmente gli oppositori di Lukašenko sono dalla parte dell’Ucraina. Ma si vede che gli ultimi avvenimenti hanno spaventato anche il nostro “Baffone”. Sono successi alcuni fatti importanti.
I media statali anche prima descrivevano la situazione senza gli isterismi di Mosca. Ma gli ultimi fatti, evidentemente, hanno mostrato a Lukašenko che una volta “caduta l’Ucraina” non si potrà più parlare di indipendenza (neanche formale). O sei “con la Russia”, o con i carri armati russi in casa.
Il portale "Bielorussia oggi" (l'organo ufficiale dell'amministrazione del presidente) ricorda che nello stesso momento in cui avvenne la cessione della Crimea all'Ucraina, la Russia acquisì la Repubblica Sovietica Socialista Carelo-finnica. E ora in caso di una ridefinizione dei confini potrebbe riporsi la questione della Carelia.
Inoltre, una colonna sul sito ufficiale dell'agenzia stampa di Stato BelTA riporta un articolo intitolato "I russi vogliono la guerra?".
Vorrei far presente che la censura dei mass media statali è spietatissima. E materiali così non compaiono senza l’approvazione dall'alto. La televisione statale ha mandato in onda un documentario sulla rivolta antirussa del 1863. E questo a prescindere dal fatto che, secondo gli accordi, la Bielorussia è l'alleato più stretto della Federazione Russa. 


Sedakova: la lezione del Majdan per la Russia

Alla luce del Majdan la società russa (non dico il governo ma la società) offre uno spettacolo vergognoso. Sono parole dure ma non intendo sfumare. Naturalmente questa è la mia personale opinione e ben pochi in Russia saranno d’accordo con me. Molti - e molti di quelli che di solito si considerano intellettuali e «democratici» - saranno già offesi dal titolo della mia nota: la luce del Majdan! I roghi del Majdan, il fumo del Majdan, nel migliore dei casi il dramma del Majdan: questo dovrebbe andargli bene. Quello che so del Majdan lo so dai miei carissimi amici che hanno passato questi mesi sulla piazza. 
Innanzitutto è la luce del superamento della paura. 

Interrompere la catena della violenza si può

Per chi non lo sapesse, quest’uomo si chiama Michail Gavriljuk. È lui che in febbraio, in via Gruševskij è stato catturato dalle forze dell’ordine. L’hanno picchiato bestialmente, l’hanno spogliato a 20 gradi sottozero, e l’hanno tenuto per qualche ora sul furgone cellulare (senza abiti), umiliandolo e schernendolo… Ma quest’uomo ha sopportato tutto con onore, senza incattivirsi. Ora è in corso il processo contro i suoi aguzzini. Il personaggio principale è un sottufficiale, che rischia 8 anni di prigione. Uno potrebbe dire: giusta punizione per tanta brutalità. E cosa fa Michail Gavriljuk?! Scrive un esposto in cui rinuncia a ogni pretesa contro l’imputato. Perché non vuole togliere il padre a dei bambini, lasciandoli di fatto orfani per 8 anni. E che quanto è accaduto costituisce già una punizione per il sottufficiale.
È per questo che amo i miei compatrioti! Perché sanno mettersi al di sopra di tutto questo fango, di questa menzogna e di queste calunnie. Perché sanno tener duro nelle situazioni più difficili senza inasprirsi. Rimanere puri e onesti nello spirito.

Per questo la stimo ancor di più, Michail. Grazie perché esiste. Mi inchino alla sua umanità. 

Alesha Sigov, dissidente ucraino

giovedì 13 marzo 2014

La scure di Mosca sull'informazione

“Il problema non è che noi non avremo più un lavoro. Il problema è che voi non avrete più nulla da leggere”. E’ una lettera d’addio, quella firmata da decine di giornalisti e redattori di Lenta.ru, uno dei più autorevoli giornali online russi, una delle poche roccaforti di informazione senza bavagli rimaste. Fino a ieri, quando il proprietario della testata, l’oligarca Alexandr Mamut, ha licenziato la direttrice Galina Timchenko, in carica da 10 anni, per sostituirla con Alexei Goreslavsky, che negli ambienti dell’informazione moscoviti ha fama di essere un “PR del Cremlino”. 
Mentre i giornalisti di Lenta.ru stanno scrivendo lettere di dimissioni, i pochi colleghi indipendenti rimasti manifestano solidarietà e parlano di “pulizia definitiva dei media”. 

L'Europa tra crisi della democrazia e nostalgia dell'uomo forte

“Di tornare al comunismo non se ne parla proprio ma anche la democrazia è stata un grandissima delusione, ci vorrebbe un politico autoritario, forte, uno capace di raddrizzare le storture del sistema e di rimettere in riga tutti quelli che hanno travisato la libertà, ci vorrebbe il re” diceva pochi giorni fa una studentessa ungherese seduta in un caffè alla moda di Budapest, dove la disaffezione per Bruxelles sta spingendo il paese verso est. 
Non solo nell'est europeo ed asiatico, ma anche in Europa occidentale la nostalgia dell’uomo forte assume contorni nuovi e un po’ inquietanti. 

mercoledì 12 marzo 2014

La Crimea con gli occhi del testimone

Pubblichiamo ampi stralci di un'intervista a Timur Olevskij, inviato in Crimea di Telekanal Dozhd

Conduttore:
In Crimea in questo momento dei militari non meglio identificati, - Putin si rifiuta di ammettere che si tratti di militari russi, - tengono la penisola sotto controllo, insieme agli attivisti locali. Il loro compito sembra quello di sconfiggere la resistenza delle divisioni dell’esercito ucraino senza spargimenti di sangue. Almeno, si ha l’impressione che sia stato dato l’ordine di non aprire il fuoco. In questo modo Mosca potrà sempre parare gli argomenti degli oppositori della guerra, come ai tempi dell’Afghanistan e delle due guerre in Cecenia, quando non volevano mandare a morire i propri figli. Per ora in Crimea nessuno muore ammazzato. La popolazione sembra appoggiare tutta l’operazione, ma sentiamo in proposito il nostro inviato Timur Olevskij che è appena arrivato da Sebastopoli. Qual è l’impressione che hai avuto dal tuo viaggio in Crimea?
Olevskij:
L’impressione è che certamente la Crimea entrerebbe in Russia non solo senza spargimenti di sangue ma per molti aspetti con piacere. È molto importante capire che in Crimea non c’è una terza forza tanto forte da poter contrastare l’annessione alla Russia, e possiamo spiegare il perché. Dobbiamo capire in primo luogo che tipo di persone vogliono che la Crimea si unisca alla Russia. Per molti, quelli che spontaneamente vanno alle manifestazioni, non si tratta di entrare a far parte delle Federazione Russa ma di tornare all’Unione Sovietica. Questo è davvero molto importante, perché l’impressione che se ne ricava è che queste persone, specialmente le vecchie generazioni, abbiano vissuto per vent’anni come «congelati» in una loro visione del mondo e ora, appena ne è comparsa la possibilità, hanno tirato fuori le bandiere rosse. Etnicamente sono russi, alcuni ucraini, molti sono di famiglia mista, oppure alcuni sono arrivati da altre città dell’Unione Sovietica, hanno iniziato a vivere lì, poi il paese è crollato e ora c’è la possibilità di farlo tornare. Queste sono probabilmente le persone più attive, la parte più attiva e più esigua. Poi c’è una parte molto grande che vede i problemi, per cui è indifferente a cosa diventerà la Crimea, se ucraina o russa.  E come agisce la propaganda russa su di loro? Loro vedono un paese forte che porta l’ordine, e che non ha un governo debole che approva leggi incresciose sulla lingua russa. Vedono i canali televisivi russi. Vedono Sochi come un successo, come il trionfo della Russia. Vedono, anzitutto, un padrone di casa che è in grado di prendersi cura di loro. Questo è molto importante: cosa significa prendersi cura di loro? Significa che l’Ucraina non si è presa cura di loro, che per molti anni non si sono sentiti parte dell’Ucraina.
Conduttore:
Hanno paura del Majdan?
Olevskij:
Non hanno paura del Majdan, al contrario, sono convinti di poterlo vincere. Sono offesi dal Majdan. E’ peggio, e più interessante. Perché per loro il Majdan vuol dire anzitutto degli occidentalisti che li trattano con sufficienza; secondo, è una rivoluzione che è stata fatta senza di loro, cioè, non vi hanno partecipato; e terzo, che per il Majdan loro sono dei tituški, è come se avessero chiamato così tutto il popolo che vive nel sud del paese. Hanno inteso così guardando la televisione, parlando fra loro e con i loro soldati tornati feriti. Perché Janukovič ha preso i soldati, i berkut, dalla Crimea e li ha mandati al Majdan, lì sono stati feriti, uccisi e riportati a casa.
Conduttore:
Dopo il referendum ci sarà un’atmosfera di festa con fuochi d’artificio?
Olevskij:
Ora come ora no, e neanche dopo. Nessuna festa o fuoco d’artificio perché la gente è in uno stato di apatia; così come non c’è stata festa quando il Parlamento ha dichiarato indipendente la Crimea. A parte Sebastopoli, questa città vive ancora nel ricordo delle gesta eroiche dell’Armata sovietica, per loro il 9 maggio è una gioia. Invece a Simferopoli non c’è stato niente del genere. Penso che per molti sarà un sollievo, comunque finisca il referendum; ad esclusione di quella ragazzina quindicenne, Nastja, coi capelli tinti di rosa, che oggi da sola, piangendo, stava davanti a delle donne piuttosto fanatiche e mostrava il suo passaporto ucraino. Per gente come lei sarà una tragedia, ma per gli altri più che una festa sarà un fatto compiuto.
Conduttore:
Secondo un funzionario del Ministero degli Esteri estone, qualcuno pensa che i cecchini sul Majdan non li avesse mandati Janukovič ma qualcuno della nuova coalizione. E cita il capo del servizio medico del Majdan,Ol’ga Bogomolec, secondo cui i morti di entrambe le parti sarebbero stati uccisi dagli stessi cecchini. Nessuno sa dire chi fossero questi cecchini. Lei lo sa?
Olevskij:
Sul Majdan il 20 febbraio, quando ci sono stati gli scontri più cruenti, non c’era un solo tetto che non avesse dei cecchini, e io più o meno ho visto gli uomini che sparavano ai dimostranti: avevano la divisa del gruppo «Alfa» e dei Berkut. Altro è che oggi Kiev faccia un’inchiesta ufficiale, e penso che l’inchiesta dimostrerà se hanno sparato le stesse persone o no. Non voglio parlare a casaccio perché è difficile distinguere la divisa di un uomo su un tetto. Posso immaginare che anche il Majdan avesse i suoi cecchini. Ma dire che una terza forza sparava agli uni e agli altri… Se non avessi parlato personalmente con un agente dei Berkut, il quale mi ha detto chiaro e tondo che avevano dei cecchini, forse potrei credere alla terza forza.
Conduttore:
L’indipendenza dell’Abchasia e dell’Ossezia meridionale è stata riconosciuta da quattro Stati: Nicaragua, Venezuela, Nauru e Tuvalu. Quanti Stati riconosceranno l’annessione della Crimea alla Russia?
Olevskij:
È evidente che l’Abchasia e l’Ossezia saranno le prime. Quanto al Venezuela non saprei, dopo che è morto Chavez. Non molti paesi. Ma meno paesi riconosceranno l’indipendenza della Crimea meglio sarà per il Cremlino, perché l’Ucraina rimarrà impelagata in un solo ed unico problema che si chiama «questione territoriale irrisolta», il che significa che le sarà precluso l’ingresso nella UE e nella Nato. Allora, o qualcuno dice all’Ucraina che non deve avanzare pretese sulla Crimea, e quindi il Cremlino ha vinto; o le dice che le sue pretese sono giuste, ma il Cremlino vince lo stesso sul piano tattico, perché l’Ucraina non può entrare nella Nato.
Ho la sensazione che la Crimea sia una scatola di Pandora, che apre la porta a una grande guerra, e per Mosca vuol dire che quello che vanno ripetendo Polonia e Lituania da 20, e cioè che la Russia è un aggressore, si dimostra totalmente vero.
Conduttore:
La Costituzione ucraina non prevede che la Crimea possa decidere da sola se uscire o no dallo Stato nazionale. Nel giro di sei anni la Russia ha strappato tre territori a due Stati confinanti. Quando comincerà una nuova guerra, sia pure senza spari?
Olevskij:
La Crimea che entrerà a far parte della Federazione Russa potrebbe sbattere il naso su cose cui non era abituata finché stava in Ucraina, si tratta di una cultura politica molto diversa. E se tra un paio d’anni si accorgessero che i commissariati di polizia dove si tortura si sono trasferiti da loro, e magari che è arrivata un po’ di Cecenia, e un po’ di quell’altro islam? magari i separatisti locali, facendosi forti del fatto che la Crimea non aveva il diritto di fare il referendum, chiederanno che li riprendano indietro. E allora sarà tutta un’altra storia. 

lunedì 10 marzo 2014

Preparazione al referendum in Crimea

In Crimea in questi giorni sono comparsi dei manifesti riguardanti il referendum del 16 marzo per l'annessione alla Russia. Questo recita: "Il 16 marzo noi scegliamo" Nazisti o russi? 

Dal profilo Twitter di Kevin Rothrock, analista di politica russa